Un'imperdibile lezione di giornalismo firmata Sbagliarini
Ci sono due modi per scrivere un articolo: il primo è cercare la notizia, verificarla, approfondirla e poi scriverne; il secondo è sfogliare un quotidiano, individuare la notizia più interessante, copiarla e firmarsela come propria. Sulla «Gazzetta del Mezzogiorno» di oggi c'è un eccellente esempio del secondo metodo, firmato Msc. Una sigla una marchetta, si penserà. E invece no, è la firma breve dell’illustre collega Massimiliano Scagliarini: il quale ha copiato una notizia uscita ieri sul quotidiano «Libero», forse immaginando che il giornale di Feltri lo compra soltanto lui in Puglia o immaginando che il giornale su cui scrive lo legge solo lui. No, non ha detto che la notizia era copiata. No, non ha detto che l'ispirazione non è farina del suo sacco. No, ai suoi lettori se l’è venduta come notizia sua. Liberamente tratta da «Libero».
No, non è vero, non ne parlo perché il primo articolo, quello di «Libero», l'avevo scritto io. Non ne sono affatto risentito, né penso che quello di Sbagliarini sia un modo becero di fare giornalismo. Ne parlo perché mi sta capitando una situazione analoga, da quando ho avuto una idea geniale: scrivere un romanzo con una storia eccezionale.
L'idea è di ambientarlo sul lago di Como, ma non sarà – come sarebbe scontato immaginare – su Clooney e Canalis, no, parlerà di due giovani un po’ sfortunati, li chiamerò Renzo e Lucia. Ho già in mente la storia: due innamorati vivono un amore contrastato, ci sarà qualcuno che vorrà impedire le nozze, gli farò dire qualcosa come «Questo matrimonio non s’ha da fare». Ah no, non sarà scritto in italiano corrente, ma in un italiano un po’ antico. Ci sarà un prete sfigato che si farà convincere a non celebrare il matrimonio, poi ci metterò dei brutti ceffi, li chiamerò «bravi», ma non nel senso dell’aggettivo, sempre nel significato di questo italiano un po’ antico. La storia poi verrà da sé: ho già quasi tutti i personaggi. Ovviamente il finale non lo dico, ma il titolo, quello posso dirlo: “Promessi sposi” lo voglio chiamare.
Nel giro di poche ore, da quando ho avuto l'idea a adesso, la voce dev’essersi un po’ sparsa. I soliti invidiosi stano provando a screditarmi, dicono che un certo Sandro Manzoni, uno che va dicendo di essere scrittore, avrebbe già scritto qualcosa del genere, dicono che il prete vile ha già pure un nome (Abbondio si chiamerebbe, figurarsi che nome bislacco), e che in questo romanzo già scritto ci sarebbero pure due capponi, litigiosi. Insomma, banalità spacciate per pagine di letteratura. Ma vabbè, le malelingue sono sempre lì pronte a insidiare la gente di talento.
Io comunque ho tutta l'intenzione di andare avanti per la mia strada, alla mia idea di romanzo non ci rinuncio. E se qualcuno dovesse insistere con questa storia per cui io avrei copiato ‘sto Manzoni, faccio uno squillo a Sbagliarini e gli chiedo di vedersela lui: il crocerista, è già la seconda volta che mi copia senza citare, una mano per difendermi me la darà volentieri.

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