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Morte sotto le macerie per 4 euro l'ora in nero

Pubblicato su da Antonio

Rischia l'accusa di omicidio colposo plurimo il titolare del maglificio. Il procuratore Capristo: controlli a tappeto. Il sindaco dà la colpa alla crisi

Il giorno dopo è quello della conta. Si contano le vite spezzate: tutte donne, tutte sulla trentina a parte la piccola Maria Cinquepalmi, quattordicenne figlia dei titolari del maglificio situato nel seminterrato della palazzina che lunedì si è sbriciolata su se stessa nella zona vecchia del centro di Barletta: «È morta soffocata, aveva il terrore negli occhi», piange una zia. Si contano i feriti: cinque passavano di là per caso, alle 12.25; un'altra lavorava nel laboratorio di confezioni, è stata estratta dopo cinque ore in cui ha rischiato l'anossia; e poi Emanuela, la prima a essere tirata fuori, incinta al quinto mese, non muove una gamba, ma lei e il feto, il suo primo figlio, sono fuori pericolo.

Si contano gli scampati, i miracolati, sopra tutti i due titolari dell'opificio: la figlia, uscita un'ora prima da scuola, li stava raggiungendo, ma loro erano fuori per commissioni e si sono salvati. Loro. Si contano gli euro, i 3,95 euro l'ora che le operaie guadagnavano a nero per lavorare dalle otto alle 14 ore al giorno, turni massacranti, ma c'era il mutuo da pagare.

La gente comune e i parenti contano i responsabili presunti, tra i quali ci sono certamente anche quelli reali. Si contano le persone ascoltate dalla Procura di Trani, le tante denunce sui rischi di staticità degli edifici circostanti in seguito ai lavori di demolizione di un rudere lì al centro, che forse li reggeva tutti. Si ascoltano i vigili del fuoco e i tecnici comunali, si raccoglie la documentazione, i permessi di costruire, le carte fornite dal proprietario dell'area e dall'impresa edile. «Non lo dice la voce di popolo», ma la Procura, che era stato chiesto al Comune che predisponesse verifiche statiche sull'immobile crollato.

Venerdì alcuni condomini si erano rivolti ai tecnici del Municipio, che dopo un sopralluogo hanno preso tempo, rinviato. Accanto, un altro stabile coevo, stessi scricchiolii, era già stato imbracato con cavi d'acciaio, ma c'era il weekend e mancava il tempo per i visti e i timbri sull'ordinanza di sgombero o per il puntellamento. Domenica le crepe sembravano allargarsi a vista d'occhio: a mezzogiorno di lunedì, una manciata di minuti prima del disastro, un capocantiere aveva rassicurato Emanuela, «Non c'è pericolo». Per l'operaio che stava lavorando sulla pala escavatrice, per lui non c'è stato pericolo, s'è salvato per un pelo. Lui.

Si contano le ipotesi di reato, due al momento: omicidio colposo plurimo e disastro colposo: si eseguono perizie, si verifica se i lavori abbiano inciso sulla statica; in parallelo si lavora per accertare le condizioni di lavoro in quella maglieria.

Indagati al momento non ce ne sono, il conto è presto fatto. Ma il procuratore della Repubblica, Carlo Maria Capristo, non è tipo da lasciare qualcosa di intentato: ha messo su una task force «per la valutazione degli immobili di tutta l'area e anche fuori dal centro storico, situazioni a rischio che monitoreremo con attenzione». Più di questo non dice. È dalla Procura però che trapela la notizia della riunione che gli inquirenti hanno tenuto ieri mattina: se davvero l'attività del maglificio era illegale, oltre ai reati contravvenzionali potrebbe configurarsi una «responsabilità indiretta» del titolare per quella strage.

Ciò che non si conta è il numero di quelli che, il giorno dopo, seguono la scia del capo dello Stato che parla di «inaccettabile ripetersi di terribili sciagure, laddove si vive e si lavora». Ma appunto, è il giorno dopo: e non c'è niente che può riportare a casa quelle vittime.

© Libero del 5 ottobre 2011

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