Quando Fausto era convinto: «Sovrano è il popolo»
Già quel cachemire e quell’astuccio in cuoio parato dinnanzi alla cravatta stonavano con la personalità dura e pura dell’uomo di sinistra, massimalista e integralista, ancorato ancora agli ideali del comunismo, ideali per i quali potevamo anche riconoscergli la buona fede. Già un po’ ha disturbato esteticamente l’idea che Letizia Moratti, contestata duramente da manifestanti di sinistra schiatta, potesse trovare conforto tra le sue braccia così, coram populo, sopra a un palco. Ma con le dichiarazioni cui Fausto Bertinotti si è abbandonato nei giorni scorsi a proposito del referendum, l’ex sindacalista Cgil ha superato ogni limite del buon gusto. Sentirgli affermare che «il referendum mette in discussione le istituzioni e i partiti» quali autentici «strumenti di partecipazione democratica», beh no, questo è francamente troppo. Ma scherziamo? Parliamo di Bertinotti Fausto? Quello che un unico figlio ha avuto, e l’ha chiamato Duccio in onore del partigiano Galimberti? Parliamo di lui. Che ha virato così decisamente verso il doppiopetto impettito dell’uomo di potere da aver dimenticato anatemi e proclami che solo fino a un paio d’anni fa elargiva con la generosità degli uomini puri. Anno 2004, 14 agosto. Non scherziamo. Copiamo da il manifesto. «Io vengo dalla cultura degli anni ’70 e per me la partecipazione è l’elemento centrale nella definizione di una politica». Ancora: «Non stiamo parlando degli assetti strategici dei singoli partiti, stiamo parlando di come si fa a costruire una coalizione». «Il sovrano è il popolo - sentenziava - non i partiti». Si parlava in quella circostanza delle primarie dell’Unione. Anno 2005, 11 maggio. Copiamo da Liberazione. «Le Camere, i luoghi di rappresentanza, stanno diventando così opachi, che al loro interno si può decidere qualsiasi cosa». Da qui, l’invito ai cattolici a disobbedire al cardinale Camillo Ruini per «andare a votare per il referendum». Il referendum come «attivazione democratica», lo incalzava l’intervistatrice Rina Gagliardi. E lui: «Sì, certo». A rileggerlo oggi non sembra lui. Sembra passata una vita. E invece c’è solo uno scranno di mezzo. Oggi per Bertinotti «il referendum rende un cattivo servizio alla democrazia». «Penso - ha detto ai giornalisti a margine del corteo del 25 aprile a Milano - che una buona democrazia viva sulle istituzioni e su quegli strumenti di partecipazione che sono i partiti». Come? Non è il popolo al centro di una democrazia? No, sono i partiti? Allora siamo alla «bestemmia» laica, come ha detto giovedì sera Gianfranco Fini da Vespa. Una bestemmia che può avere un’unica scusante. Che quelle frasi le abbia dette dopo e non prima d’aver abbracciato donna Letizia. E che sia rimasto tramortito dall’eleganza meneghina del sindaco Moratti. Altrimenti no, vuol dire che da oggi ci mancherà un pezzo di orizzonte. Vuol dire che da oggi davvero non c’è più religione.
© Puglia d’oggi del 28 aprile 2007
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