Se i giornalisti sono solo passacarte delle toghe
BARI Se è vero quanto ha scritto l’edizione barese di Repubblica, se alle minacce del sindaco di Bari seguiranno davvero atti concreti, tra breve avremo notizia di una azione legale del Comune capoluogo di regione contro il Corriere del Mezzogiorno. Motivo: un titolo. Trovate la pagina riprodotta qui a fianco (anche per fatto di solidarietà con i colleghi di quella testata). Proviamo a riepilogare cosa è successo. Scivola nella redazione del giornale di via Villari (ma non solo lì) il solito brogliaccio, il solito fascicolone con il ‘verbo’ della Procura. Cosa se ne fa? Quasi mille pagine: storie di droga, traffici, cosche, qualche rapporto da verificare tra malavita, politica e affari. Solita solfa fin qui, va da sé. Finché l’occhio del cronista non cade sulle pagine (che noi pubblichiamo oggi in 6 e 7) da 686 a 700. Gli occhi strabuzzano, l’acquolina bagna le fauci riarse dal phon acceso che asfissia la città da giorni. Minchia, c’è Emiliano. «Si dà » (gergaccio per dire che la notizia c’è e si pubblica, va in pagina). Il titolo viene dopo: è un accidente per accattivare il lettore, niente di più. La notizia è: un imprenditore che secondo la Procura è “vicino†a un clan barese dice che Emiliano gli ha «chiesto i voti» nella scorsa campagna elettorale. È la Procura che per così dire dà la notizia, scrivendo questa cosa chiara chiara. La Procura dice che l’imprenditore è legato a un clan, Emiliano gli avrebbe chiesto i voti. Per chi fa il nostro mestiere la notizia c’è eccome. Basterebbe fare l’esempio al contrario. Siamo abituati da anni a leggere il verbo dei pm sui giornali: da quel Mario Chiesa nel Pio albergo Trivulzio in avanti, sono 15 anni che nel nostro Paese funziona così. Qual è lo scandalo? Scandalo sarebbe stato se per la prima in 15 anni «la stampa» avesse fatto una eccezione a questa prassi consolidata, solo per far piacere a Michi. Scandalo, per il Corriere almeno, non ce n’è. C’è che il sindaco di Bari, della cui integrità morale e politica dubitiamo giusto una virgola più di quanto saggiamente dubitiamo di noi stessi, se n’è risentito. Si sa come vanno queste cose. Di fronte allo specchio mentre ci si rade non c’è gioco: io sono innocente, non mi fottete. Ma poi, fuori dal bagno ci sono moglie e figli che fanno la fila per entrarci. Esci di casa e c’è il barista: ti dirà uguale, pure stamattina, «Sindaco, il solito?», ma a te sembrerà che l’ha detto con meno simpatia. E ti monta la rabbia. Fanc...! Dopodiché Emiliano è uomo di legge e sa che per un titolo, pur azzardato finché si vuole, non si vincono le cause. E in tribunale finirà per non andarci. Vedrete. A tutti quelli che si son strappati le vesti verrebbe da dire che sono quindici anni in ritardo. E prendersela con la stampa lascia il tempo che trova: il Corriere è andato sempre esaurito in poche ore, in questi giorni. Un motivo ci sarà . Anche a Emiliano ci verrebbe da dire che prendersela con la stampa è vile. Quella “storia†l’ha vergata in quelle pagine una sua collega dell’Antimafia. Il gip che l’ha messa nel suo riassuntino (tre-quattrocento pagine in meno) l’ha schiaffata col copia-incolla (viva Bill Gates!). Alla Procura serviva per disegnare un quadro accusatorio e chiedere l’arresto dell’imprenditore. Ma al gip che quell’arresto non ha concesso, a cosa cappero serviva lasciare quella frase? Avrà avuto lo stesso guizzo dei manigoldi del Corriere. E avrà pensato nella migliore delle ipotesi: «Se tolgo questa parte penseranno che sto coprendo Michele. Mo’ la lascio, tanto chi la vede?!». È un’illazione la nostra. Ma perfino il capo della Procura, Emilio Marzano, dalle pagine di Repubblica, ha espresso i suoi dubbi sull’opportunità di quelle pagine nell’ordinanza del gip. A pensare male siamo almeno in due.
© Puglia d’oggi del 27 giugno 2007
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