Un Paese preda di deliri unipersonali
Ma davvero possiamo vivere in un Paese così? L’Espresso in edicola da venerdì scorso la pensa come noi. Serve altro? A Romano Prodi sì. Al centro-sinistra della morale un tanto al chilo pure. L’Italia ha bisogno di grandi riforme istituzionali, ha bisogno di dare e ricevere fiducia (agli/dagli investitori internazionali e al nostro sistema imprenditoriale) per provare a non sprofondare sotto il peso di una recessione (internazionale via Usa) che sembra lì in agguato, ha bisogno di un Governo che governi con vigore. E invece.
E invece ci ritroviamo da 19 mesi un Esecutivo al cardiopalma, ostaggio di deliri unipersonali fino dal primo istante della sua vita. Dapprima un premier che non prende atto di un risultato elettorale da resa e tira dritto manco avesse vinto con il 90% dei consensi. Poi le crisi di singoli parlamentari (guarda un po’, praticamente solo senatori), a uno a uno di volta in volta riacquistati alla causa dell’accanimento terapeutico su una asfittica compagine di maggioranza. E parlare di «riacquisto» non è voler usare un termine figurativo: il Professore sembra il sindaco di un paesino di provincia che promette una variantina al Piano regolatore per tenere contento il consigliere comunale riottoso. I vertici Eni, Enel, Poste sono solo alcune delle nomine che attendono il Governo.
Infine questo epilogo ceppalonico. Rispetto al quale – diciamolo chiaramente – le obiezioni che Lamberto Dini ha opposto a Prodi per smarcarsi (a parole e per finta?) dal sostegno al Governo sembrano quelle di uno statista. Clemente Mastella neppure s’è preoccupato di ammantare di politica la sua uscita dalla maggioranza: un suo fatto personale, la «mancata piena solidarietà » alla sua vicenda personale assurge a ragione di Stato ipso facto. Altro che separazione dei poteri di Montesquieu: al nostro Paese servirebbe la separazione dai deliri personali.
Non basta. Mortadella risponde alla crisi da par suo. Inseguendo la rivincita personale personalissima sul 1998, anno di grazia in cui il dissenso bertinottiano ce lo tolse di torno, e conta – dice – di spuntarla pure stavolta. Già solo l’idea di immaginarlo tronfio dopo l’ennesimo rotto-della-cuffia a Palazzo Madama fa accapponare la pelle. In più – e giusto perché nessuno faccia i conti senza l’oste bolognese – annuncia nel vertice notturno di lunedì con i leader del centro-sinistra che intende candidarsi a guidare la coalizione anche in eventuali prossime elezioni.
Insomma, senza pietà .
Che cosa succederà ora sta solo nei disegni celesti. I conti sono molto complicati, ma la vincono le incognite. Se alla Camera Prodi meno Mastella fa comunque +30 (circa), al Senato fa 154 contro i 156 della Cdl. Ma ci sono ben 7 senatori a vita: in caso di pienone quindi il quorum è di 161 voti considerando che il presidente Marini non vota. Dini non vuole le elezioni anticipate: potrebbero dire sì i suoi. Manzione e Bordon sono per il sì. Rossi pure. Pallaro dovrebbe tornare in Italia giovedì, quindi in tempo per votare. Considerando sei voti favorevoli degli “a vita†(il settimo, Pininfarina, non ha mai votato), gli manca un voto. Nel ’98 bastò a licenziarlo. Stavolta chissà . Scongiuri e voti (nel senso di preghiere) sono più che leciti.
© Puglia d’oggi del 25 gennaio 2007
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