Premesso che sei colpevole
Un noto avvocato barese confida: «Ho chiuso in una busta una settimana fa che cosa avrebbe deciso quella gip». Un colpo al cerchio e uno alla botte, si potrebbe dire con un motto. Ok, non li hai uccisi. Ma li hai abbandonati e sono morti: comunque hai colpa tu. Affettando le cose con l’accetta pur con una fedeltà di massima allo spirito della disposizione del gip che ha «concesso» i domiciliari a Pappalardi, la cosa è andata così. Già , perché fin dall’inizio dell’inchiesta è stato chiaro che più che cercare i ragazzini è stato cercato un colpevole. Più che provare a capire che cosa è successo, si è tentato di capire chi l’ha fatto. Peraltro le famiglie coinvolte, quanto a degrado e disagio, si prestavano a sostenere i panni degli imputati. Prima la madre, poi il padre divengono indiziati. Da subito. Viene infine centrata poi l’attenzione esclusivamente su Pappalardi. Ma arriva il colpo di scena: non vengono trovati sparati o sgozzati. Semplicemente (drammaticamente) caduti. Da lì il discorso dei giudici sembra essere stato: posto che Filippo è colpevole, proviamo a capire di che cosa. Chiaro, no? Li ha spinti. Anzi no, li ha visti cadere. Anzi no, non li ha cercati veramente. Da assassini duplice dei propri figli alle 32 pagine depositate martedì mattina. Ecco un passo eloquente: i fatti «consentono di formulare un giudizio di probabile sussistenza di una situazione di fatto basata sì sul suo coinvolgimento delittuoso, ma con un ruolo diverso da quello che la prospettazione accusatoria gli ha riservato». Ti muoiono i figli, ti sbattono in carcere, e devi andare da una maga per farti spiegare di che cosa ti accusano. Ancor più eloquente questo: «L’uomo è immeritevole del beneficio della scarcerazione». Non merita la scarcerazione. Il beneficio? Ma non sarebbe meglio capire se merita la carcerazione? No, la libertà in Italia è per grazia ricevuta.
© Puglia d’oggi del 14 marzo 2008
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