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Cina, violenza alla libert? a 16 anni da Piazza TienAnMen

Pubblicato su da Antonio

PECHINO - Il rispetto dei pi? basilari diritti umani ? ancora all?anno zero. In compenso la repressione dei dissidenti mostra di essere al passo con le ultime ingegnerie tecnologiche. L?ultima frontiera delle violenze sulle libert? personali marchiate Made in China si chiama ?cyberdissidente?: nel corso del 2004, sono state almeno 60 le persone arrestate per aver consultato nel web informazioni non gradite al governo cinese e condannati fino a 15 anni di carcere. Molti siti vengono bloccati e ne viene inibito l?accesso. Uno tra questi, il sito di Amnesty International, che ha appena pubblicato un ?briefing? sulla violazione dei diritti umani in Cina, ?Da Tien An Men a oggi?, uscito alla vigilia del sedicesimo anniversario degli scontri del 3 e 4 giugno 1989. Secondo Amnesty, sono oltre 30mila gli impiegati del governo di Pechino incaricati quotidianamente di monitorare e censurare siti internet con ?temi politici?. Questa attivit? trova sponda, perdippi?, in alcune multinazionali straniere che, pur di fare affari con il colosso cinese, lo aiutano nello spionaggio informatico. Ed ? proprio su questa sorta di collateralismo della ?comunit? internazionale? che Paolo Pobbiati, presidente della sezione italiana di Amnesty, punta il dito: ?davanti a una repressione fatta di condanne a lunghe pene detentive, a un utilizzo diffuso della tortura e della pena capitale?, denuncia, ?si gira lo sguardo dall?altra parte?, dalla parte ?delle ricche opportunit? commerciali offerte dal mercato cinese?. Un mercato che, com?? noto sta conoscendo ?tassi di crescita economica incredibili?. ?La scelta internazionale di ?sussurrare l?argomento dei diritti umani all?orecchio cinese? ha mostrato tutti i suoi limiti?, accusa Pobbiati. E gi?, con cifre che grondano sangue: le 800mila persone arrestate solo l?anno scorso per ?attivit? contro la sicurezza dello Stato? e le ?diecimila condanne a morte eseguite ogni anno? fanno del quinto di popolazione mondiale che vive in Cina, uomini e donne ?privi di accesso a elementari forme di libert??. Dal codice penale sono stati abrogati i ?reati controrivoluzionari?, ma restano in vigore i ?crimini contro l?unit? della madre-patria? o la ?diffusione di segreti di Stato?, scatole vuote di un sistema giudiziario dentro le cui maglie pu? finire chiunque. I giornalisti per esempio, o gli attivisti che si occupano dell?epidemia da Aids (i dati sulla malattia sono ?segreto di Stato?). Reato di opinione o reato violento non fa differenza in Cina: per oltre 60 reati ? prevista la pena capitale, dalla frode fiscale alla detenzione di droga, in una gamma amplissima di fattispecie, tutte aperte alla discrezione del Comitato di membri del Partito comunista che decide in anticipo i verdetti e li ?passa? ai tribunali. Eppoi, le torture. Sempre pi? diffuse quelle con bastoni elettrici che scaricano violente scosse sul corpo delle vittime e che spesso ? fa ribrezzo solo evocarlo a parole ? sono utilizzati per compiere violenze sessuali sulle detenute. A sedici anni dai fatti di piazza Tien An Men, Amnesty torna a chiedere giustizia per chi perse la vita in quei moti, per chi ancora da allora ? in carcere. Il governo cinese bolla le richieste come ?superate, antiquate?. Ha pi? nuove repressioni da attuare e a cui pensare.

[da Libero del 4 giugno]

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