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Hanno fallito con Tarantini, ora provano a indagare il Cav

Pubblicato su da Antonio

Che Berlusconi potesse essere parte offesa anziché di indagato era una novità, e così ci ha pensato ieri il Tribunale del riesame di Napoli a rimettere la questione nei termini usuali: l'ipotesi di reato è induzione a non rendere dichiarazioni o a dire il falso all'autorità giudiziaria, 377 bis del codice penale. Come dire che non sono stati Gianpaolo Tarantini, sua moglie Nicla e il faccendiere Valter Lavitola a ricattare Silvio, ma è stato Silvio in collaborazione con l'ex direttore dell'«Avanti» a indurre Gianpi a mentire con «una promessa, anche tacita o per facta concludentia». Per cui da ieri imprenditore barese e consorte sono a piede libero, in quanto vittime, Lavitola resta ricercato e Berlusconi guadagna una nuova iscrizione nel registro degli indagati.

Nelle trenta pagine depositate lunedì notte, il Riesame ricostruisce la vicenda che ha riportato in cella l'ex re delle protesi e di fatto smentisce la prima prospettazione accusatoria della Procura partenopea, John Woodcock in testa: è «evidente la debolezza anche psicologica del Tarantini», scrivono i magistrati, tre donne, «un soggetto che manifesta un ossessivo bisogno di ricevere direttamente da Berlusconi rassicurazioni in ordine al rispetto dell'impegno che questi aveva assunto di sostenerlo in cambio di una condotta processuale del Tarantini diretta a limitare il più possibile» un danno all'immagine.

È vero – rilevano – che nelle intercettazioni si sente «una serie di espressioni quali "metterlo con le spalle al muro", "in ginocchio", andargli addosso", "tenerlo sulla corda"», riferite al premier come persona da «sfruttare al massimo», ma queste espressioni vanno inserite nel «tenore complessivo dei dialoghi intercettati». Peraltro chi le usa è Lavitola (doppiogiochista spregiudicato, capace di «delinquere anche dall'altro capo del modo»), e comunque rappresentano «una mera manifestazione di intenti», una intimidazione «futura e eventuale» da attuare se Berlusconi non avesse rispettato i patti. E del resto – sostengono – il Cavaliere stesso ha ammesso di essersi impegnato con «cospicue somme di denaro contante», un «lavoro fittizio» procurato da Lavitola, l'affitto dell'appartamento ai Parioli, «l'assistenza legale» nei processi di Bari. Ma non certo per «spirito di liberalità e solidarietà» verso un amico «in gravi difficoltà economiche». Lo proverebbero «una pluralità di circostanze».

Secondo il Riesame la «protezione offerta» (oltre 500mila euro più altre «utilità») è «sproporzionata» e le «modalità delle elargizioni» non sono state «trasparenti». Paga in contanti, Berlusconi. Lavitola chiede alla segretaria del presidente, Marinella Brambilla, «dieci foto» e allude a «centomila euro» (non diecimila, come ha detto lei). E poi la prova regina: l'interesse del premier per Gianpi coincide con i guai giudiziari di quest'ultimo, «le promesse, le dazioni, le altre utilità accompagnano nel tempo le cadenze della sua complessa vicenda processuale».

Facile sarebbe obiettare che prima di quei guai Tarantini non fosse affatto in condizioni di necessità. Ma i giudici non ci credono: «Se Berlusconi avesse inteso semplicemente sostenere economicamente la famiglia Tarantini [non] avrebbe poi mostrato evidente insofferenza, soprattutto negli ultimi tempi, proprio alle persone che manifestavano le esigenze della stessa». Il fatto – per i magistrati – è che Silvio fosse pienamente «consapevole» che le ragazze portate nelle sue residenze da Gianpaolo erano prostitute: lo dimostrano le intercettazioni, in particolare quella tra l'imprenditore e Patrizia D'Addario che si lamenta di non avere avuto «la busta» («Mi dispiace che non hai preso niente, però guarda, è la prima volta che succede, io avrò portato cento donne»).

Dagli interrogatori davanti ai pm pugliesi, i cui verbali sono stati acquisiti, emergerebbe la prova della «reticenza di Tarantini in ordine alla piena e indiscutibile consapevolezza da parte del presidente della qualità di escort delle ragazze». E se Gianpi ha mentito lo ha fatto appunto perché indotto da Silvio: il quale voleva evitare «i verosimili danni alla sua immagine pubblica» per i «risvolti più sconvenienti del processo barese». Da qui deriva che la carcerazione per Tarantini e sua moglie è stata ingiusta: il primo è vittima e quindi «non punibile», la seconda «totalmente estranea all'unica fattispecie di reato che il collegio ha ritenuto configurabile». Con buona pace della Procura di Napoli, che però non si arrende: «Usciamo di scena, ma può darsi che rientreremo in campo», avverte il procuratore Giovandomenico Lepore.

Ora il fascicolo andrà a Bari visto che se induzione c'è stata è lì che Gianpi ha «aderito» all'«accordo corruttivo» proposto dal premier. I pm pugliesi apriranno un fascicolo «per atto dovuto», poi valuteranno la competenza: non è escluso che le carte possano migrare ancora verso Lecce, dove la Procura ha indagato il procuratore barese per la gestione del fascicolo sulle escort.

© Libero del 28 settembre 2011

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